giovedì 2 febbraio 2012

Il nuovo iPod Nano con fotocamera da 1,3 MP sarà lanciato prossimamente sul mercato | Rumors

Dopo l’articolo scritto ieri nel quale veniva descritto un possibile prototipo di iPod Nano, oggi si parla già della possibilità di vederlo presto in commercio.
MIC Gadget dice a proposito del prototipo:
E’ reale, esiste, e secondo le nostre fonti di fabbrica questo prototipo ha molti problemi. Ha una lente con autofocus che, quando l’apertura del diaframma diventa troppo piccola in condizioni di elevata luminosità, può causare diffrazione ed offuscamento. Ci vogliono, però, condizioni di sovraesposizione eccessiva.
Inoltre, MIC Gadget sostiene che Apple ha già perfezionato l’interfaccia software della fotocamera e, nonostante il prototipo sia trapelato, la società di Silicon Valley intenderebbe effettuare il lancio del prossimo iPod Nano dotato di fotocamera integrata nei prossimi tre mesi.
Trattandosi di sole voci, come sempre, vi invitiamo a prenderle con la massima prudenza!
Via | CultOfMac

YouTube, l'avvento dei canali a pagamento?

I vertici del Tubo pensano a radicali trasformazioni di business. Affiancare all'advertising la programmazione a sottoscrizione. Per monetizzare ulteriormente i minuti di visualizzazione e il legame con gli utenti
Roma - Nuove opportunità di business per YouTube, che insegue la continua evoluzione del mercato legato al video sharing. Ad illustrarle è stato il CEO Salar Kamangar, recentemente intervenuto nel corso dell'ultimo ciclo di conferenze Dive Into Media. E se il Tubo venisse aperto a tutti quei fornitori di contenuti interessati a proporre canali tematici a sottoscrizione?

Sarebbe di fatto la nuova frontiera del portalone di BigG, al di là del tradizionale business legato all'advertising. Lo stesso Kamangar ha così sottolineato come il 40 per cento dei profitti derivanti dal video-mercato verrebbe generato attraverso le offerte a pagamento. Un valore uguale a quello portato in dote dai pur redditizi flussi pubblicitari basati sulle visite degli utenti.

Si tratta per ora di semplici visioni di business, raccontate a ruota libera dal CEO di YouTube sul palco californiano. La piattaforma di video sharing è però sempre più coinvolta nel finanziamento di programmi su singoli canali, come ad esempio - parola dello stesso Kamangar - quelli dedicati allo yoga. L'utente potrebbe dunque scegliere di abbonarsi ad un determinato servizio video allo stesso modo in cui paga un noleggio su Netflix.
Come a dire, perché monetizzare soltanto un singolo video che mostra un cane parlante? L'inclusione di un canale dedicato ai cani potrebbe - almeno secondo il CEO - aumentare il numero di minuti spesi sul Tubo oltre che rafforzare il legame degli utenti con la piattaforma di video sharing. La canalizzazione del portalone di Google sembra già partita, decollata come nuova idea nel business dei filmati online.

Censura, dopo Twitter c'è Google Pagine oscurate su base geografica


La piattaforma Blogger introduce la possibilità di impedire la visualizzazione di determinati contenuti a chi si collega da un paese specifico. Per Mountain View è un modo per limitare gli effetti di eventuali interventi delle autorità locali. Ma per i critici è una sottomissione ai regimi


Dopo il caso Twitter, un altro allarme censura si leva dalla rete: Blogger, la popolare piattaforma di pubblicazione di Google, ha introdotto silenziosamente una modifica che permetterebbe di bloccare contenuti limitatamente ai paesi che ne facciano richiesta. Una mossa che ricorda da vicino quella di Twitter 1 e che già scatena polemiche.

Presto, chi visiterà un sito ospitato da Blogspot (il servizio di hosting del blog Google) verrà reindirizzato su una pagina diversa a seconda del suo paese di provenienza. Se ne è accorto per primo il sito Techdow.com, che ha dato il via al dibattito. Per Google si tratta di una mossa volta a minimizzare l'impatto di eventuali richieste di oscuramento o di rimozione dei contenuti da parte delle autorità locali. Ad esempio, se un blog pubblica un contenuto ritenuto illecito dalla magistratura statunitense, la pagina non sarà raggiungibile dagli Stati Uniti ma continuerà ad essere vista dal resto del mondo.

Come già avvenuto per Twitter, c'è chi obietta ritenendo che la decisione di Google sia un'implicita sottomissione ad eventuali richieste provenienti da paesi illiberali, che potrebbero mettere il silenziatore all'opposizione interna pur non potendo evitare che i contenuti sgraditi siano visualizzati a livello globale.

Da Google, tuttavia, rispondono facendo notare che la funzione geolocalizzata può essere disattivata in qualunque momento su scelta dell'utente, che può visualizzare le pagine non geolocalizzate aggiungendo all'indirizzo la stringa "/ncr" (che sta per "no country redirect"). D'altra parte, chi è contrario alla scelta di Google osserva che, grazie alla geolocalizzazione, un regime avrebbe gioco più facile nel bloccare i contenuti sgraditi. Ad esempio, il governo cinese potrebbe dare il via libera ai blog ospitati su blogspot.com.cn, filtrati secondo le sue esigenze, e oscurare tutti quelli ospitati su blogspot.com.

La nuova politica di geolocalizzazione è stata introdotta circa un mese fa, ma è venuta a galla solo ora. Per ora, i paesi nei quali le nuove regole sembrano già in funzione sono Australia e India, ma nelle prossime settimane dovrebbero essere estese a tutto il mondo.
fonte

Cambio al vertice di Sony: arriva "Kaz" Hirai, lo yankee giapponese che ha rilanciato la Playstation


Kazuo detto "Kaz" Hirai, 51 anni, almeno dal 2009 si preparava a prendere il timone di un colosso che per il quarto anno consecutivo accusa conti in rosso con perdite annuali per 90 miliardi di yen (1,2 miliardi di dollari). Lo yen forte, il disastro di Fukushima e le alluvioni in Thailandia hanno contribuito a traghettare Sony in cattive acque. Due settimane fa, Moody's ha tagliato il rating della Sony da A3 a Baa1 a causa degli utili «deboli e volatili». Ma i mali di Sony hanno origini più lontane. Come anche i meriti. Negli anni Ottanta inventano il walkman e la musica portatile, i televisori della serie Trinitron sono stati degli indiscussi gioielli di tecnologia, senza parlare della Playstation, la console diventata sinonimo di videogame che ha creato dal nulla il mercato dell'intrattenimento videoludico. 

Finisce l'era Stringer e inizia quella di "Kaz" Hirai. Dopo sette anni il presidente e amministratore delegato, Howard Stringer, il primo straniero a ricoprire tale ruolo nell'azienda giapponese, lascia la cabina di comando del gigante tecnologico di Tokyo. Alla Sony questo cambio al vertice lo attendevano da tempo e non è stata una sorpresa la nomina del ceo di Sony Computer Entertainment, l'uomo d'ordine della Playstation. 
Primati messi in ombra dalla crescita di Samsung negli schermi piatti, dall'ingresso di Apple nella musica digitale con il piccolo iPod e infine dalla sorpresa Wii della Nintendo che ha rivoluzionato gli equilibri del mercato dei videogame.
La palla passa ora al cinquantunenne Kaz Hirai, il più occidentale dei giapponesi di casa Sony. Nel 2006 il numero uno di Sony Computer Entertainment prende il posto di Ken Kutaragi, il padre visionario della Playstation, ereditando la Ps3, la macchina da gioco più costosa mai realizzata nella storia e ritrovandosi dietro a Wii e Xbox 360 per numero di console vendute. In questi anni ha assistito a una rivoluzione nel mondo del gaming. Ma una volta al comando della "divisione" videogame ha subito preso decisioni da capo. Il ciclo di vita della Ps3, ha messo in chiaro, è di 10 anni. E il 3D rappresenterà l'idea capace di tenere insieme le diverse anime di un gigante dell'elettronica come Sony. 
«Mai come oggi – ha spiegato a Nova24 - i televisori Bravia e la Ps3, le macchine fotografiche e computer, insomma gli asset che compongono Sony possono convergere su contenuti in tre dimensioni». La scommessa è di costruire un ecosistema di contenuti e tecnologie che ruotano intorno alla terza dimensione. Il vantaggio sui concorrenti è netto. Ma il 3D fatica ad affermarsi. Dal prossimo primo aprile Kaz Hirai entra in carica. Tra i suoi è conosciuto come lo yankee, l'unico in grado di coniugare tempi e processi di produzione made in Usa (il manager ha lavorato la maggior parte del suo tempo in America) con la precisione e la creatività made in Japan. Se riuscirà a trasferire negli altri settori di Sony quanto fatto nei videogame il colosso giapponese potrebbe tornare davvero a dire la sua. La sfida è davvero complicata. Da videogame, di quelli difficili.

Facebook in borsa, ecco cosa potrebbe cambiare per gli utenti


Credits: Facebook
Credits: Facebook
Gli azionisti Facebook stapperanno lo champagne quello buono, centinaia di impiegati si ritroveranno milionari da un giorno all’altro, Bonorimpinzerà a dismisura le sue già sazie cassaforti, e Mark Zuckerberg, che da bravo spaccone ha annunciato che nel 2013 il suo salario ammonterà a 1 dollaro l’anno, potrà allargare il suo impero verso orizzonti difficili da preconizzare. Ma cosa cambierà per i comuni utenti? Cosa cambierà per quegli 845 milioni di utenti (o dovremmo chiamarli clienti?) mensilmente attivi, se la quotazione in borsa di Facebook avrà successo?
La domanda è più che legittima, dal momento che una mossa come quella di ieri potrebbe modificare sensibilmente la gestione del social network e, quindi, il servizio che i suoi utenti ricevono. Questo perchè se fino a ieri Facebook doveva rendere conto solo ai suoi utenti e alle compagnie diadvertising, responsabili dell’85% dei suoi introiti attuali, da maggio dovrà rendere conto anche ai suoi investitori. Che sono pochi, potenti e hanno interessi sicuramente diversi da quelli dell’utenza media.
Per mantenere solida la sua posizione in borsa, la piattaforma di Zuckerberg ha bisogno di rafforzare il suo trend di crescita in termini diutenti attivi. Nonostante Facebook si stia espandendo anche in mercati un tempo irraggiungibili e preveda il raggiungimento di quota un miliardoentro agosto, il tasso di crescita negli ultimi anni è sensibilmente calato. A Menlo Park non fanno mistero della cosa, e nemmeno del fatto che con l’aumentare degli introiti e dei competitors l’azienda andrà incontro a un rallentamento in termini di crescita dell’utenza. Questo lascia intravedere la forte possibilità che Facebook decida di investire quanto rastrellato dalla quotazione di maggio nel potenziamento e nell’allargamento del servizio.
Questo significa principalmente due cose: una maggiore attenzione al versante mobile e una competizione diretta con Google in termini diricerche web.
Cominciamo dalla questione mobile. Nel 2011 l’85% degli introiti di Facebook sono arrivati dagli ad pubblicitari, nel 2009 erano il 95%. Il 50% circa del traffico di utenti passa per le app mobile, tuttavia, ancora Facebook non ha calibrato ad pubblicitari diretti agli utenti mobile. Per questo si attende per marzo l’introduzione delle sponsored stories anche nei feed delle app mobile. Ma non è finita, per poter valorizzare ancora di più il potenziale della sua utenza, è possibile che Facebook si lanci in una nuova operazione di geolocalizzazione (così si spiegherebbe l’acquisizione di Gowalla).
Ma c’è un’altra questione da risolvere. Un quarto delle pagine visitate sul Web sono pagine Facebook, eppure la creatura di Zuckerberg per ora riesce a rastrellare solo (si fa per dire) il 10 per cento degli introiti provenienti dall’advertising online. Come fare per convincere l’utente a non uscire mai da Facebook? Gli si dà un motore di ricerca competitivo. Secondo alcuni analisti, Facebook utilizzerà parte dei ricavi dell’operazione in borsa per sferrare un attacco diretto a Google, sul suo stesso campo di battaglia.
Facebook sta per monetizzare un malloppo gigante, e come sempre accade in questi casi, i veggenti e i presaghi spuntano ovunque come funghi. C’è chi è pronto a scommettere che Facebook punterà sui social games (Zynga, oggi, è responsabile del 12% dei ricavi di Facebook), chi invece spera che parte del denaro venga utilizzata per offrire agli sviluppatori indipendenti delle API più stabili. C’è addirittura chi pronostica la creazione di una Facebook Bank, in cui la valuta corrente saranno i Facebook Credits.
Si tratta di pura speculazione ovviamente. Quello che però è certo, è che Facebook non smetterà di avere problemi con le autorità che si occupano di privacy. Con la diffusione delle Social App e delle future novità in fatto di condivisioni dei dati personali, l’occhio di autorità come la Federal Trade Commission sarà costantemente puntato sulle attività di Menlo Park. E questo è un problema per Zuckerberg e compagni, dal momento che una volta che una compagnia decide di quotarsi in borsa è tenuta arendere pubblica qualsiasi indagine in corso sulla propria attività che potrebbe danneggiare i propri investitori.
FTC e DPC (Irish Data Protection Commissioner) hanno svolto indagini e audizioni riguardo le nostre pratiche e i nostri prodotti, e ci aspettiamo di continuare a essere soggetto di indagini simili in futuro” si legge neldocumento ufficiale presentato ieri da Facebook  “È possibile che un’inchiesta comporti modifiche alle nostre politiche. [...] Sanzioni monetarie e altre penalità potrebbero incidere negativamente sulla nostra condizione finanziaria.
Questo significa che Facebook farà un passo indietro in fatto di privacy? A giudicare da quanto sta puntando su social app e sul social advertising, è altamente improbabile.

The Pirate Bay, game over?


Quello scritto ieri dalla Corte Suprema Svedese potrebbe essere l’ultimo capitolo di una vicenda che si trascina ormai da qualche anno. I fondatori di The Pirate Bay - Peter  Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm e Carl Lundstrom – sono stati condannati ad alcuni mesi di galera e al pagamento di una multa che si aggira intorno ai 5 milioni di eruo. Confermate quindi le pene già stabilite in Appello nel novembre del 2010.
Sorpreso l’avvocato di Carl Lundstrom, l’affarista del gruppo, che ha definito “assurda” la decisione, in quanto avrebbe ignorato di “analizzare le implicazioni legali e i cambiamenti di uno dei casi legali di più alto profilo al mondo di tutti i tempi”. In realtà, considerata la stretta sul mondo della pirateria che si è innescata con l’avvio del nuovo anno [vai allo speciale di Panorama.it], questa sentenza tutto sembra fuorché inaspettata.
Anzi, a questo punto in molti si chiedono se il braccio della legge sia pronto a sferrare il colpo di grazia al più noto dei servizi di BitTorrent. Il procedimento penale non consentiva infatti alle autorità di applicare qualsiasi procedimento censorio, ma con la sentenza della Corte Suprema il discorso cambia. Lo pensano probabilmente anche gli attuali gestori (anonimi) del sito che si sono affrettati a spostare il sito dathepiratebay.org al dominio .se.
Il sito però – anche nelle nuova estensione – è da questa mattina fuori uso in molte nazioni come confermato da questo tweet anonimo.
the-pirate-bay-tweet

Essere RapidShare ai tempi di Megaupload

RapidShare rivendica la propria diversità da Megaupload: la colpa non è nei file pirata, ma nei modelli che ne incoraggiano in caricamento online.
Megaupload era un sito che consentiva di caricare, scaricare e condividere i propri file. Molti altri servizi del tutto similari, una volta appresa l’iniziativa con cui DOJ ed FBI hanno portato sotto sequestro il sito di Kim Dotcom, hanno chiuso i battenti volontariamente o hanno almeno fatto un passo indietro, limitandosi a fungere da servizi di storage remoto senza alcuna funzionalità aggiuntiva. Un nome, però, sembra in questa fase distinguersi dalla massa: trattasi di RapidShare, che nel tempo ha tentato di percorrere una strada propria e che oggi non cambia opinione.
Oggi, anzi, rivendica la propria diversità. Ne fa un cavallo di battaglia. Ne fa il proprio biglietto di presentazione.
A spiegare il concetto è direttamente il portavoce RapidShare Daniel Raimer, secondo il quale (rispondendo a domanda specifica) circa il 5% del materiale ospitato sui server del servizio sarebbe illegale. Ma non è questa una reale ammissione, quanto piuttosto una semplice stima: il gruppo non ha elementi per valutare la legittimità o meno dei file, ma una analisi dei dati di download rende chiare certe dinamiche e consente di capirne l’origine. Tuttavia, secondo Raimer, tale percentuale è di per sé insignificante poiché il rischio è quella di usare il numero come termine di paragone.
Secondo RapidShare, insomma, non è importante capire quanto materiale fosse illegalmente caricato su Megaupload: quel che conta è il modello posto in essere. La colpa di Megaupload, insomma, non sarebbe quella di aver ospitato materiale pirata, quanto piuttosto quella di aver incoraggiato questo tipo di attività: premiare chi carica materiale vietato mediante appositi programmi di incentivo è ciò che siede Megaupload dalla parte del torto. L’assenza di tali pratiche è ciò che siede, quindi, RapidShare dalla parte della ragione.
RapidShare rivendica inoltre il proprio atteggiamento proattivo: sebbene si neghino responsabilità circa il fenomeno della pirateria, il gruppo promuove un atteggiamento responsabile che, a partire dai servizi di hosting fino agli Internet Service Provider, dovrebbe collaborare nel tentare di soffocare la pirateria nelle sue varie forme e nelle sue varie manifestazioni. Il gruppo nello specifico avrebbe un team dedicato per la valutazione degli abusi sui server, così da tagliare i ponti con le dinamiche più smaccatamente irregolari. RapidShare anche sotto questo aspetto sbandiera la propria diversità e non fa quindi passi indietro: MegauploadFilesonicFileServe ed altri sono qualcosa di diverso, che la stessa RapidShare addita e punisce.
Perché la pirateria, prima di essere sostanza, è anzitutto forma.

Vulnerabilità WiFi per alcuni smartphone HTC

HTC Desire HD
Scoperta dagli ingegneri Chris Hessing e Bret Jordan una grave vulnerabilità in alcuni popolari smartphone HTC, che consentirebbe alle applicazioni autorizzate a leggere lo stato della connessione WiFi (ACCESS_WIFI_STATE) di accedere a nome della rete, username e soprattutto password.
Desire HD (versioni “ace” e “spade” FRG83D, GRI40), Glacier (FRG83), Droid Incredible (FRF91), Thunderbolt 4G (FRG83D), Sensation Z710e (GRI40), Sensation 4G (GRI40), Desire S (GRI40), EVO 3D (GRI40), EVO 4G (GRI40). Questi i dispositivi per i quali è stato segnalato il bug, potenzialmente capace di mettere a repentaglio i dati sensibili degli utenti. Nel caso in cui un’applicazione venisse in possesso di queste informazioni, potrebbe infatti inviarle a un server remoto, con ovvie violazioni di privacy e sicurezza.
I possessori di uno degli smartphone elencati possono comunque tirare un sospiro di sollievo. La vulnerabilità non è stata individuata in questi giorni, ma oltre quattro mesi fa, e prontamente segnalata sia a HTC che a Google, che ha effettuato una scansione di tutte le app presenti sull’Android Market alla ricerca di codice in grado di sfruttare la falla, fortunatamente senza trovare alcun riscontro. Il bug è dunque già stato risolto mediante gli update recenti per tutti i telefoni, anche se qualche utente potrebbe non averlo ancora installato. Ecco il comunicato diffuso dal produttore.
HTC ha preparato una correzione per un piccolo problema WiFi che affligge alcuni telefoni. Molti hanno già ricevuto il fix attraverso gli aggiornamenti periodici, mentre alcuni modelli richiedono l’installazione manuale dell’update.
fonte

Blackberry London pronto all'esordio


Nel corso dell'ultimo mese di novembre erano comparse online alcune foto di quello che si pensava essere il nuovo BlackBerry London, caratterizzato da un design metallico, molto simile a quello realizzato in collaborazione con Porsche per la soluzione realizzata proprio in cooperazione con la casa automobilistica.

Nelle ultime ore sono tuttavia comparse alcune nuove foto che mostrano per la nuova soluzione della casa della mora delle linee abbastanza differenti rispetto a quanto visto in precedenza. Il design, che in parte sembra somigliare a quello di un iPhone, mostra uno spessore di pochi mm e una livrea completamente nera con spigoli arrotondati.
BlackBerry London dovrebbe portare in dote un processore TI OMAP dual-core, operante alla frequenza di 1,5 GHz, accompagnato da 1 GB di memoria RAM e 16 GB di memoria dedicata allo storage. Nella parte posteriore dovrebbe trovare alloggio la fotocamera da 8 megapixel con flash LED.

BlackBerry London, che dovrebbe essere il primo terminale equipaggiato con il nuovo sistema operativo BlackBerry 10 avrebbe dovuto essere accompagnato da Milan e Colt che, secondo quanto riportato da Engadget sarebbero tuttavia stati cancellati dalla roadmap di RIM. BlackBerry London potrebbe fare il proprio esordio nel corso di questo anno magari già nel corso dell'estate.
Fonte hwupgrade